Rallentare per salvarsi

Rallentare è l’unica via d’uscita per salvarsi.

Per salvarsi dalla superficialità, dal cinismo, dal facile giudizio, dalla mancanza di senso critico, dall’assenza di empatia.

Rimango sempre più colpita da come, di fronte a fatti drammatici e dolorosi, si sia indifferenti oppure pronti a giudicare e condannare molto spesso senza conoscere i fatti.

L’uomo è naturalmente empatico ma per poter provare empatia deve essere stato in quella situazione oppure deve fermarsi e provare a “mettersi nei panni altrui”.

Ieri, commentando su Facebook i fatti di Torino di sabato sera, sono rimasta colpita da come i miei amici tifosi di altre squadre che frequentano gli stadi fossero rispettosi mentre quelli che seguono il calcio da casa fossero più propensi a giudicare e a fare battute di cattivo gusto. Se hai provato a stare in mezzo alla folla e vedi quelle immagini non puoi giudicare o scherzare, ma solo avere compassione.

C’è un Ted Talk molto interessante su questo argomento tenuto da Daniel Goleman, lo psicologo autore del famoso libro Intelligenza Emotiva, che parla proprio del perché non proviamo più compassione.

Ecco alcuni passaggi che mi hanno molto colpita:

Se stiamo con un’altra persona, automaticamente proviamo empatia, “ci sentiamo con lei”. Ci sono dei neuroni scoperti di recente, i “neuroni specchio” che agiscono come una “connessione wi-fi mentale”, attivando nel cervello le stesse aree attive nell’altro. Automaticamente “siamo insieme”. E se quella persona ha bisogno, se sta soffrendo, noi siamo automaticamente preparati ad aiutare. Almeno questa è l’ipotesi.

Ma allora la domanda è: perché non lo facciamo? E credo che questo ci riveli uno spettro che va dal completo assorbimento in se stessi, al notare l’altro, all’empatia, alla compassione. Semplicemente, il fatto è che, se siamo centrati su noi stessi, se siamo preoccupati, come spesso siamo durante la giornata, in realtà non notiamo completamente l’altro. E questa differenza tra il centrarsi su di sé o sull’altro può essere molto sottile.

Goleman racconta poi un episodio che a mio avviso è illuminante:

Era un venerdì, alla fine della giornata, stavo scendendo in metropolitana. Era ora di punta, e migliaia di persone scorrevano giù per le scale. E all’improvviso, mentre stavo scendendo le scale, notai che c’era un uomo caduto a terra di lato a torso nudo, immobile, e la gente lo scavalcava – centinaia e centinaia di persone. Poiché la mia “trance” urbana era stata in qualche modo indebolita, mi sono fermato a vedere quale fosse il problema. E nel momento in cui mi sono fermato, altre persone immediatamente erano attorno alla stessa persona. E capimmo che era Ispanico, che non sapeva parlare inglese, era senza soldi e vagabondava da giorni, affamato fino a svenire.  Subito qualcuno andò a prendere del succo d’arancia, qualcuno portò un hotdog, qualcun altro chiamò un poliziotto. In un attimo quest’uomo era di nuovo sulle proprie gambe.E per tutto questo è bastato solo che qualcuno lo notasse. E quindi io sono ottimista.

E quindi anch’io sono ottimista!

Basta rallentare, porre attenzione, far caso a ciò che ci circonda e magari aspettare un po’ prima di schiacciare l’invio al prossimo commento su Facebook…

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