Perché non ci piace la nostra voce?

«La mia voce non mi piace!»

È una delle frasi che sento più spesso nei miei corsi.

Basta ascoltare una registrazione per provare fastidio: «Ma davvero sembro così?», «Non mi riconosco», «E’ completamente diversa da come la sento io».

Eppure siamo noi!

Perché la nostra voce registrata ci sembra diversa?

Ci sembra diversa perché, quando parliamo, non la ascoltiamo nello stesso modo in cui la ascoltano le altre persone.

Quando parliamo, infatti, il suono arriva all’orecchio non solo attraverso l’aria, ma anche attraverso le vibrazioni trasmesse all’interno del corpo. Quando ascoltiamo una registrazione, invece, sentiamo la voce attraverso il normale percorso acustico.

Il risultato è che dalla registrazione può sembrarci più acuta, più sottile o semplicemente diversa da quella che abbiamo imparato a riconoscere come “la nostra”.

Ma c’è anche un altro elemento: non abbiamo l’abitudine di ascoltarci da fuori.

Abbiamo costruito nel tempo un’immagine di come pensiamo di suonare.

Quando ascoltiamo una registrazione, quella percezione entra in contatto con un’esperienza diversa e può creare una sensazione di estraneità.

Ed è proprio qui che spesso arriva la prima reazione: «Non mi piace».

Ma se impariamo ad ascoltare quel suono scopriamo molte cose di noi.

Perché facciamo così fatica a riconoscerci?

La nostra reazione alla voce registrata non dipende solo dal modo in cui la sentiamo, ma anche dall’immagine che abbiamo costruito della nostra voce.

Nel 2013 le ricercatrici Susan M. Hughes e Marissa A. Harrison hanno condotto uno studio su 80 persone. Le persone partecipanti dovevano valutare quanto fossero piacevoli diverse voci registrate, senza sapere che tra quelle registrazioni erano presenti anche alcune registrazioni della propria voce.

Il risultato è curioso: le persone partecipanti hanno valutato la propria voce positivamente.

Insomma, quando non sappiamo che quella voce è la nostra, possiamo essere molto meno giudicanti.

È un risultato interessante perché mette in discussione una convinzione molto comune: «La mia voce registrata è brutta.»

Durante i miei corsi lo vedo spesso. All’inizio ascoltiamo una registrazione e arriva quasi subito:

«Ma non sono io!»

Poi, quando la persona ascolta altre registrazioni e non sa quale sia la propria, può riconoscersi in una voce che aveva giudicato piacevole.

E a quel punto arriva spesso una risata:

«Dai, mi state facendo uno scherzo! Questa voce è la mia?»

Per me questo è un passaggio importante.

Non dobbiamo imparare ad amare la nostra voce a tutti i costi. Dobbiamo prima imparare ad ascoltarla senza giudicarla.

Perché quando smettiamo di chiederci «Mi piace?», possiamo iniziare a chiederci qualcosa di molto più utile:

Come sto usando gli elementi espressivi della voce?

Che emozioni trasferisco?

Che cosa succede al mio respiro quando parlo?

Dove accelero? Dove mi fermo? Dove esito? Uso abbastanza volume?

È qui che l’ascolto del suono diventa uno strumento di consapevolezza e non un esercizio di autocritica.

Cosa scopriamo quando iniziamo ad ascoltarci?

Ascoltare la nostra voce senza giudicarla ci permette di notare come comunichiamo, non semplicemente se la nostra voce ci piace.

Nei corsi che tengo sulla comunicazione e sulla voce, faccio registrare una frase.

La prima reazione è quasi sempre molto istintiva: ci si ascolta e si tende a dare un giudizio.

È troppo acuta.
È troppo bassa.
Parlo troppo velocemente.
Non mi piace come suono.

Ma se spostiamo l’attenzione dal giudizio alla domanda «Che cosa noto quando mi ascolto?», cambia completamente il modo di lavorare.

Possiamo accorgerci, per esempio, che quando siamo sotto pressione acceleriamo.

Oppure che tratteniamo il respiro prima di parlare.

Che facciamo poche pause.

Che il volume cambia quando affrontiamo un argomento che ci mette in difficoltà.

Che alcune parole vengono pronunciate con più energia e altre quasi scompaiono.

Che cantileniamo le frasi che ripetiamo più spesso.

Sono informazioni preziose perché ci aiutano a capire come il nostro stato fisico ed emotivo entra nella comunicazione.

Ed è proprio questa la base del mio metodo: prima ancora di cercare di modificare la voce, imparare a riconoscere cosa succede al corpo, al respiro e alla voce mentre comunichiamo.

Perché una voce più libera non nasce dal tentativo di costruire una voce “giusta”.

Nasce dalla consapevolezza di ciò che stiamo facendo mentre parliamo e da come ci sentiamo.

Come possiamo imparare ad ascoltare la nostra voce?

Registrarsi e riascoltarsi senza giudizio è un semplice esercizio per iniziare a conoscere davvero il proprio modo di comunicare.

Prova a fare così.

Registra un minuto della tua voce mentre parli di qualcosa che conosci bene. Non leggere un testo: parla liberamente.

Poi riascolta la registrazione.

La prima volta non chiederti se la tua voce ti piace. Ascolta semplicemente.

  • Come respiri?
  • Quanto velocemente parli?
  • Dove fai delle pause?
  • Il volume rimane sempre uguale?
  • La voce cambia quando racconti qualcosa che ti coinvolge?
  • Ci sono parole che pronunci in modo particolarmente marcato?

Poi, se vuoi, registra di nuovo lo stesso contenuto cercando consapevolmente di rallentare un po’ e lasciare più spazio al respiro.

Riascoltati.

Non per decidere quale delle due voci sia “migliore”, ma per capire che la tua voce può cambiare insieme al modo in cui respiri, al tempo che ti prendi per pronunciare le parole e allo stato in cui ti trovi.

La nostra voce deve piacerci per comunicare bene?

Non abbiamo bisogno di una dizione perfetta. Abbiamo bisogno di un suono che conosciamo e che sappiamo usare in modo consapevole.

La voce è uno strumento attraverso il quale entriamo in relazione con le altre persone.

Imparare ad ascoltarla significa anche imparare ad ascoltarci.

E forse, alla fine, quel suono che all’inizio ci sembrava così strano diventa semplicemente più familiare.

Perché abbiamo imparato ad ascoltarci e a parlare con consapevolezza.

Articolo aggiornato il 15/09/2026.

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