Io e il Flamenco

Io e il flamenco

Quest’anno, qualche volta, ho pensato di appendere le scarpe al chiodo.

Ma non è ancora ora.

Qualche giorno dopo il saggio ne sento la mancanza. E in quel momento capisco, ancora una volta, che il flamenco fa parte di me.

Avere una passione che ti accompagna per anni è un dono prezioso.


Come è iniziato tutto

Mi avvicinai al flamenco per caso, più di 35 anni fa. Il mio primo approccio fu con la danza spagnola, in una lezione di prova con Isabel Moises Fernandez, un’insegnante che mi fece subito sentire a casa.

Il primo vero colpo di fulmine arrivò con Carmen Story, il film di Carlos Saura. Il protagonista Antonio Gades trasmetteva un’energia che non avevo mai visto prima. Ciò che mi colpì non era la tecnica ma la sua capacità di trasferire emozioni trattenendo il movimento, attraverso lo sguardo, attraverso tutto se stesso.


Il flamenco non è un ballo

Chi vive in Italia e ha questa passione sa di cosa sto parlando.

Non è un ballo di coppia. Non posso far vedere qualche passo a una festa.

Si dice flamenco e non flamengo.

E sì, mio marito non balla con me e a 60 anni continuo a ballare!

E no, nonostante siano passati più di 35 anni dalla prima lezione, non sono bravissima, e forse non lo sarò mai.

Ed è esattamente per questo che amo il flamenco.

Il flamenco è come la vita: quando pensi di aver capito, devi ricominciare tutto da capo.

Non si finisce mai.

Non si arriva.

Si continua ad andare, e in quell’andare c’è tutto il senso.


Il potere del processo

C’è un’analogia con il mio lavoro.

Nel flamenco si trascorrono anni a studiare la tecnica. Anni di ripetizioni, correzioni, a volte anche un po’ frustrazioni. Anni in cui sembra di non avanzare.

E poi, a un certo punto, qualcosa cambia. La tecnica smette di essere un obiettivo e diventa uno strumento. Il corpo sa cosa fare e la mente può finalmente smettere di controllare e cominciare a sentire.

È in quel momento che emerge qualcosa di autentico. Non una coreografia eseguita correttamente, ma una presenza reale.

Nel lavoro sulla comunicazione funziona allo stesso modo. Si studiano gli elementi espressivi della voce, la respirazione, la postura, il ritmo. Non per eseguirli in modo meccanico, ma per interiorizzarli, finché non diventa naturale usarli senza pensarci, e quello che emerge sei davvero tu.

La tecnica non è il traguardo. È la strada che ti porta alla libertà di espressione.


Le pause, il silenzio, lo spazio

Un’altra analogia che mi accompagna da anni: nel flamenco, le pause valgono quanto i movimenti.

Un silenzio tenuto un secondo in più del previsto. Un piede che non cade ancora. Uno sguardo che aspetta. In quel momento sospeso c’è tutta la tensione, tutta l’emozione, tutto il significato.

Nella comunicazione è uguale. Le pause danno peso alle parole. Il silenzio dopo una frase importante lascia spazio a chi ascolta per riceverla davvero. La fretta riempie tutto e non lascia nulla.


Ci sono stati periodi in cui ho ballato con impegno, altri in cui mi sono presa delle pause.

Ma non appendo le scarpe al chiodo, non ancora, non finché questa passione mi chiama ancora con quella voce che conosco bene.

Il flamenco è espressione, passione, gioia, dolore, amore.

È una delle cose più vere che conosco.

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